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10/12/2018
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I Monumenti

I Pili portabandiera di piazza dell'Unità d'Italia, in Trieste

L'idea di realizzare dei Pili portabandiera nacque, durante la prima guerra mondiale, con l'intento di completare l'opera di sistemazione dell'area ora denominata piazza dell'Unità d'Italia. Inizialmente, nel 1919, vennero erette tre aste da bandiera successivamente sostiruite da due con robusti basamenti di legno a gradini. Più tardi la Società Ansaldo di Genova assunse l'impegno di finanziare la costruzione di due scultorei basamenti in bronzo e didue nuove e più eccelse aste. La crisi economica del 1929 non consentì, però, alla Società di procedere nell'intento. Subentrò, allora, il Reale Automobile Club d'Italia e, con il suo patrocinio ed i suoi finanziamenti, l'opera venne commisionata allo scultore triestino, accademico d'Italia, Attilio Selva, rrealizzata nell'attuale configurazione ed inaugurata il 24 maggio 1933. E' quindi da allora che agli Autieri è stato riservato l'onore di custodire, idealmente il tricolore della patria, innalzato a Trieste dai bersaglieri il 3 novembre 1918. Ai piedi dei pili, infatti, gli Autieri montano di guardia ai vessilli d'Italia e di Trieste, quando vengono issati e dispiegati al vento, simboli sacri ed emozionanti di indissolubile unione tra la città e la Madrepatria. Quei quattro Autieri di bronzo là, quasi vigili sentinelle, perchè mai i due vessilli, dopo essere stati congiunti a prezzo di sangue, abbiano ad essere separati l'uno dall'altro; (nella foto sono raffigurati tutti e quattro gli autieri, ma i pili sono solo 2). E' doveroso, infine, ricordare che la sacralità dei Pili venne sigillita anche dal sangue degli ultimi Caduti per l'italianità di Trieste. Sulla piazza, davanti ad essi, nel tragico novembre del 1953 vennero falciate dal piombo straniero le vite di tre giovani cittadini, insorti con la folla per invocare il ritorno dell'Italia. I loro nomi sono incisi sui basamenti.



Il monumento all'Autiere, in Torino.

Gli artefici furono l'architetto Renato Costa e lo scultore Goffredo Verginetti; alla parte strutturale collaborarono l'ingegnere Renato Giannini ed il commendatore Davide Casero, presidente della Sezione di Legnano. Per la sua ideazione sono stati seguiti due criteri essenziali: simbolico, ovvero trovare una forma archittetonica che esprimesse facilmente l'idea del monumento e che consentisse, altresì, con l'inserimento di motivi scultorei, la narrazione di episodi della vita del Corpo; architettonico, ovvero realizzare un motivo di facile visibilità e comprensione sia da vicino - con l'ausilio e l'integrazionedelle sculture - sia da lontano e, sopratutto, dall'alto. Gli ideatori hanno quindi pensato di realizzare il primo concetto (il significato simbolico del monumento dadecato all'Autiere)

adottando una forma di ruota stilizzata che, ben facilmente, rimanda al mezzo meccanico base dell'attività e della ragione del Corpo. Anche architettonicamente, le premesse già espresse sono state concretizzate. La forma semplicissima e le dimensioni scelte, mentre consentono la visione dettagliata ma ''dinamica'' permettendo facilmente la comprensione del monumento e del suo concetto anche da lontano. e ciò sia per l'automobilista che transiti dalla strada, sia per chi dalle finestre del Museo dell'Automobile o dalle terrazza ''belvedere'' della collina ne guardi l'insieme. Il complesso è stato realizzato in cemento armato che per le parti dei ''raggi della ruota'' e per l'interno del cerchio si è pensato di lasciare in vista ''al naturale'', martellandone le superfici; il basamento è rivestito in lastre di pietra grigia a spacco; una pietra scolpita, affondata nel verde dell'aiuola frontale, riporta la dedica all'Autiere d'Italia.

         

 

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